PRODOTTI AGROALIMENTARI TRADIZIONALI DELLA REGIONE PIEMONTE
(ai sensi dell’art. 8 del Dlgs. 30 aprile 1998, n. 173)
Allegato Deliberazione della Giunta Regionale 15 aprile 2002 n.
46-5823
Prodotti vegetali allo stato naturale o trasformati
ALBICOCCA TONDA DI COSTIGLIOLE
L’albicocca Tonda di Costigliole rappresenta un caso di perfetto adattamento cultivar ambiente,
infatti, ha rappresentato, fin dall’inizio degli anni 80, la quasi totalità degli impianti di questo frutto
nella zona in oggetto. La varietà è considerata autoctona in quanto se ne segnala la presenza
nell’areale in questione, da tempo immemorabile. Si tratta di un’unica cultivar, come è stato
evidenziato dai lavori svolti presso il centro di Sperimentazione Frutticoltura dell’Asprofrut a Cuneo,
e, più recentemente, da una tesi di dottorato di ricerca svolta presso l’Università di Torino. La Tonda
di Costigliole rappresenta un caso raro nel panorama varietale italiano. Si tratta, infatti, di una cultivar
caratterizzata da un elevato grado di omozigosi, evidenziato dall’uniformità della progenie e
riscontrabile nell’adozione della pratica di propagazione del seme che è ancora attualmente praticata
nei frutteti familiari. Altre ragioni di carattere scientifico fanno ritenere che la sua origine sia da
ricercare nelle popolazioni a frutto tondo, diffuse nella riviera ligure di ponente. Tali popolazioni sono
state probabilmente introdotte nei secoli dell’espansione Araba in Europa e, quindi, farebbero capo al
gruppo di specie del genere Armonica definito irano caucasico, il quale ha seguito un’evoluzione
separata dal gruppo europeo. Ciò spiegherebbe, tra l’altro, sia la forma, sia le caratteristiche
organolettiche che presentano un elevato tenore zuccherino e un aroma intenso.
La coltivazione di questa varietà di albicocca è effettuata attraverso una potatura di produzione che ha
lo scopo di regolare il rapporto tra produzione e vegetazione e di influire in modo favorevole
sull’equilibrio fisiologico della pianta.
L’albicocco fruttifica sia su branchette di 2-3 anni rivestite di mazzetti di maggio e di brandilli, sia su
rami misti di un anno. Si interviene accorciando le branchette di circa 1/3 per evitare l’esaurimento e
l’alternanza di produzione, e si selezionano rami misti in quantità sufficiente anche per il loro rinnovo.
La potatura è effettuata nel periodo estivo, da fine raccolta a metà settembre.
La vocazionalità dell’area di coltura, consente di ottenere una notevole quantità di prodotto e, per
questo motivo, si pone molta attenzione, non solo durante la coltivazione ma, soprattutto, in fase di
raccolta, in modo da ottenere un elevato effetto anche nei successivi periodi di commercializzazione.
Dal punto di vista climatico, l’areale di Costigliole risulta protetto dai contrafforti delle Alpi Marittime
e Cozie che determinano un microclima caratterizzato da miti temperature primaverili (periodo
delicato per la precoce fioritura dell’albicocco) e da estati calde ma ventilate. La prossimità dei sistemi
montuosi e le relative brezze a carattere giornaliero determinano una bassa umidità relativa dell’aria.
Ciò diminuisce l’incidenza di molte fitopatie e favorisce i processi di impollinazione. Tali fattori uniti
all’altitudine, che seleziona una particolare gamma di radiazione luminosa, intensa e spostata in
direzione del violetto, favoriscono processi di colorazione dei frutti e di accumulo nella polpa di
sostanze nutritive ed aromatiche uniche.
Il terreno di coltivazione viene trattato in modo diverso in base alle caratteristiche dei suoli: su quelli
compatti si mantiene il filare inerbito, mentre su quelli sciolti si effettuano periodicamente lavorazioni
superficiali.
L’albicocco è una specie frutticola molto tollerante alla coltura asciutta e si è diffusa prevalentemente
in aree non irrigue, ma dove è possibile l’irrigazione diventa uno strumento molto importante per il
controllo vegeto-riproduttivo con effetti positivi sulla qualità. Il fabbisogno idrico è massimo nel
periodo di rapido accrescimento dei frutti, mentre si sospende l’irrigazione in prossimità della
maturazione per favorire la conservabilità ed evitare spaccature dell’epidermide. In seguito, per
agevolare la differenziazione delle gemme a fiore si effettuano, dopo raccolta, uno o due interventi
irrigui secondo l’andamento stagionale.
Zona di produzione
La zona di coltivazione è caratterizzata da una fascia collinare e dalla contigua pianura pedecollinare,
che si estende dal Comune di Busca fino al Comune di Saluzzo, ad un’altitudine di 400 – 500 m s.l.m.
La storia
Nel saluzzese, la coltivazione dell’albicocco risale, con ogni probabilità, a molti secoli. La prima
documentazione in nostro possesso è, però, relativa all’opera di Giovanni Eandi che, nel 1835,
compilando la sua “Statistica della provincia di Saluzzo”, quantifica la produttività delle specie arboree
da frutto che vi sono coltivate. Cita espressamente l’albicocco, distinguendo la produzione “di collina”
(da 2 a 4 rubbi per pianta) da quella “di pianura” (da 3 a 6 rubbi). “I nostri agricoltori diedero assidua
attenzione agli alberi da frutta, collocati in piena terra, ossia a tutto vento, e principalmente alle varietà
più saporite delle pesche, degli albicocchi (…) piante queste molto numerose nei vigneti e negli
alterni”.
In una recente rassegna storica (Nada Patrone, 1981), l’autrice di “Il cibo del ricco e il cibo del
povero” fa risalire la presenza di “Prugne, Susine, Brignoni e Crisomella” ai secoli XIV e XV. Le
crisomelle sono, probabilmente, le albicocche in quanto, con questo termine, vengono ancora indicate
nei trattati di botanica del secolo scorso. Ciò a causa del colore giallo-oro che assumono quando
giungono a piena maturazione. Così come vengono anche dette “armeniache” per il luogo di origine
(in effetti, il nome scientifico dell’albicocco è Prunus armeniaca).
E’ interessante osservare come i nomi dell’albicocco nelle lingue neolatine derivino dall’arabo “Al
barqûq”, partendo dallo spagnolo “albercoque”, italiano “Albicocco”, francese “Abricot”, passato
anche alle anglosassoni (inglese “apricot” e tedesco “Aprikosen”). Al contrario, in piemontese,
derivato dall’antica lingua medioevale d’OC, il termine “armugnan”, nelle sue diverse varianti
dialettali, mantiene con continuità ininterrotta la derivazione dal latino “armenaica” che, come già
ricordato, fa espresso riferimento alla regione considerata dai botanici luogo di origine primaria o
secondaria della specie (cfr. Vavilof).
Tornando alle attestazioni storiche, il Casalis, nel suo dizionario geografico del 1848, afferma: “Gli
agricoltori delle coline saluzzesi vi coltivano con diligenza i persici, gli albicocchi, i peri, i pomi, i
pruni, i ciliegi. Si vedono queste piante in gran numero negli alterni della pianura e più specialmente
nei vigneti delle colline.”
Per concludere, la Guida delle attività economiche della CCIAA di Cuneo, edita a Farigliano nel 1963,
alla voce Costigliole afferma: “un microclima particolare protegge le colture da gelate tardive,
permettendo quella dell’albicocca, pianta oltremodo sensibile (varietà detta di Costigliole)”.
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