PRODOTTI AGROALIMENTARI TRADIZIONALI DELLA REGIONE PIEMONTE
(ai sensi dell’art. 8 del Dlgs. 30 aprile 1998, n. 173)
Allegato Deliberazione della Giunta Regionale 15 aprile 2002 n.
46-5823
Prodotti vegetali allo stato naturale o trasformati
FARINA PER POLENTA TRADIZIONALE DI LANGA
Le quattro varietà tradizionali di mais per produrre farina per
polenta sono:
· L’Ottofile: prende il nome dalla caratteristica specifica di avere una pannocchia con otto file
longitudinali di chicchi dalla forma arrotondata di colore arancio, molto ricchi di amido. Veniva
seminata per lo più nella Langa alta ed ha un ciclo produttivo medio.
· La Pignolet: deriva il suo nome dall’avere i chicchi dotati di una piccola protuberanza che fa
assomigliare la pannocchia vagamente ad una pigna. I semi sono di un bel colore arancio vivo con
un contenuto della frazione amidacea e setolosa molto equilibrata. Si semina a partire dalla bassa
Langa sino alla pianura Cuneese e Torinese con un ciclo produttivo medio precoce.
· Il Marano: è un mais dal ciclo produttivo precoce, con una pannocchia molto piccola dai chicchi
di un bel colore rosso–amaranto vivo, con una frazione setolosa preponderante rispetto alla
frazione amidacea. Veniva seminato dalla bassa Langa sino al Monferrato e all’Alessandrino.
· La Quarantina: chiamata così per il suo ciclo produttivo precocissimo, veniva seminata in tutta
l’areale langarolo, soprattutto in secondo raccolto e quando le avverse condizioni climatiche
impedivano la semina di mais Ottofile, Pignolet e Marano in modo da poter avere, comunque, la
produzione necessaria per il sostentamento della famiglia giacché era impensabile sopportare una
annata senza la produzione di mais da polenta.
Bisogna ricordare che tutte e quattro le varietà di mais necessitano di cure maniacali nel mantenere la
purezza della tipicità che si ottiene con la selezione annuale delle migliori pannocchie che vengono
accantonate per essere utilizzate come seme per la successiva annata; le varietà di mais in oggetto si
stanno estinguendo proprio perché i vecchi contadini, che conoscevano bene l’esigenza e la tecnica di
selezione, non tramandano più il loro sapere ai figli, perché la semina dei mais nostrani non è più una
esigenza primaria e, commercialmente, non vengono assolutamente valorizzati dall’industria di
trasformazione.
I mulini che producono farina tradizionale per polenta fanno seminare con contratti di produzione le
varietà di mais in oggetto, garantendo ai contadini prezzi adeguati alla eccezionale bontà delle stesse
(prezzi superiori anche di 3–4 volte rispetto a quelli pagati per le varietà comunemente coltivate).
La bontà della materia prima viene poi esaltata dalla miscelazione delle quattro varietà e dalla
macinazione.
Non si incontrano grandi difficoltà nel trovare contadini disposti a seminare i mais nostrani perché le
tecniche di produzione che vengono imposte sono quelle tradizionali sino a 40–50 anni fa, più
rispettose della natura e vicine alla sensibilità ambientale che sta facendosi strada in molti di loro,
ottenendo, peraltro, una adeguata remunerazione.
Zona di produzione
La coltivazione di queste varietà tradizionali di mais avviene nelle Langhe.
La storia
Nelle Langhe, come in tutto il resto del Nord Italia ove la polenta era alimento della dieta giornaliera,
sino agli anni cinquanta, era consuetudine da parte dei contadini seminare grandi superfici di mais per
uso zootecnico e riservare una parcella del campo migliore dell’azienda per la semina della meliga
per la polenta. La meliga per la polenta era il frutto di selezioni durate decenni, effettuate
direttamente dai contadini allo scopo di ottenere un mais dalle qualità organolettiche eccellenti senza
curarsi dell’aspetto produttivo, a differenza di quello ad uso zootecnico che doveva e deve tuttora
soprattutto essere una varietà molto produttiva.
Così si selezionarono l’Ottofile, la Pignolet, il Marano e la Quarantina.
Negli anni Sessanta e Settanta, la tradizione di consumare polenta era andata progressivamente
perdendosi e, di pari passo, si era persa l’abitudine di seminare i mais tradizionali per la polenta. Si
era anche perso il “gusto” della polenta tradizionale soppiantata da polentine preparate con le varie
farine industriali (bramate, semolate, ecc.) dai tempi di cottura più brevi e di più facile reperimento
ma dalle caratteristiche organolettiche piuttosto anonime.
A cavallo tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, si è iniziato un paziente lavoro di
ricerca degli ultimi contadini che ancora seminavano le varietà di meliga nostrana per polenta e, solo
grazie all’intraprendenza di imprenditori appassionati, si è potuto salvare l’Ottofile e la Pignolet che
erano veramente sull’orlo dell’estinzione.
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