PRODOTTI AGROALIMENTARI TRADIZIONALI DELLA REGIONE PIEMONTE
(ai sensi dell’art. 8 del Dlgs. 30 aprile 1998, n. 173)
Allegato Deliberazione della Giunta Regionale 15 aprile 2002 n.
46-5823
Prodotti vegetali allo stato naturale o trasformati
FRAGOLE DI SAN RAFFAELE CIMENA
Le principali cultivar, prodotte e commercializzate in loco, hanno subito, nel corso degli anni, un
continuo ricambio a seguito dell’introduzione di nuove varietà, derivanti dagli incroci con le
preesistenti. Si sono ricercate cultivar sempre più resistenti alle avversità patogene e di migliore
produttività e serbevolezza.
Pertanto, si è passati dalle ormai soppresse “Suprise des malles”, “Red Gauntled”,
“Senga/Sengana”, “Madame Moutot”, ecc., tipiche degli anni ‘50/’60, alla “Pocahontas”,
“Gorella”, “Belrubt”, triade regina nelle produzioni degli anni ’70- primi anni ’80, ormai superate e
rimpiazzate, a partire dalla seconda metà degli anni ’80, da “Cesena”, “Addie”, “Moneoye”, fino
alle più recenti “Favette”, “Dana”, “Miss”, “Idea”, “Gea”, ecc., anch’esse destinate ad essere
sostituite.
Attualmente, la cultivar più interessante è la “Maya” una cultivar precoce a frutto conico-allungato e
regolare, di colore rosso brillante e buona consistenza della polpa, con piante di media vigoria e di
elevata produttività.
Per quanto riguarda le caratteristiche varietali, va sottolineato che si tratta di cultivar di fragole a
frutto grosso o fragoloni mentre, ormai, è quasi scomparsa la presenza delle fragole a frutto piccolo
o fragoline, notoriamente denominate “fragole di bosco”.
Le varietà coltivate presentano ottima consistenza della polpa, pregevole serbevolezza e sono adatte
anche ai trasporti e ad eventuale conservazione.
Gli “stoloni” di dette coltivazioni vengono prelevati da appositi Istituti di ricerca e/o vivai
specializzati della Romagna (zona di Cesena e Imola) e del Veronese per avere la garanzia di
materiale risanato.
Questa operazione avviene, ormai dall’inizio degli anni ’70, tramite l’acquisto collettivo di tutti i
produttori della zona al fine di contenere i costi.
La coltura viene praticata su terreno pacciamato da film plastico nero per contenere le malerbe,
mentre si provvede al diserbo chimico nei solchi che dividono le file.
L’irrigazione avviene con l’utilizzo di una manichetta posta sotto la pacciamatura così come la
somministrazione di concimi avviene per fertirrigazione.
In febbraio, si provvede alla copertura dei tunnell-serra con film plastici. Non esistono più serre
riscaldate poiché l’alto costo del gasolio e la liberalizzazione dei mercati non rendono remunerativa
tale operazione.
La raccolta avviene da metà aprile per le cultivar precoci (in coltura protetta) e fino a metà giugno,
per le colture in pieno campo.
Gli attacchi patogeni cui la coltura va più soggetta sono la “botritis cinerea” (muffa grigia) nelle
annate particolarmente piovose e viceversa attacchi di acari e afidi nel periodo di maggior caldo.
Talune cultivar sono, poi, soggette, più di altre, ad attacchi di “collasso” dovuti a nematodi, pertanto,
in questo caso, si deve provvedere alla sterilizzazione del suolo o quantomeno alla solarizzazione per
prevenire il problema.
La coltura annuale è la più diffusa, solo nei piccoli appezzamenti si pratica la coltura biennale.
Zona di produzione
La zona di produzione si concentra nella fertile pianura di San
Raffaele Cimena, denominata “La Piana”.
La storia
Nella ultra millenaria storia di San Raffaele Cimena, l’agricoltura ha sempre rivestito un’importanza
fondamentale come testimonia la Relazione del Sicco, datata 1753 la quale dice testualmente “(…) Li
terrazzani accudiscono ai travagli dell’agricoltura ad esclusione di tre in quattro che sono soliti
negoziare nella compra-vendita di vini”. All’epoca, vennero censite 395 giornate di vigna, 280 di
campi e 250 di prati. Si evince, pertanto, che la coltivazione più diffusa era quella della vite, favorita
dall’ottima esposizione collinare, che forniva vini di pregevoli qualità, e, quindi, fonte di reddito non
indifferente per gli agricoltori dell’epoca.
Tale situazione è perdurata fino all’inizio del ‘900, quando le popolazioni agricole hanno
abbandonato le colline per scendere a valla nella fertile pianura prospiciente il fiume Po, ricca di
acque che ben si prestava alla coltivazione di cereali e ortofrutticoli.
Va precisato che, nel Medio-Evo, San Raffaele era terra dei Marchesi del Monferrato che avevano la
loro capitale in Chivasso dove, nel 1248, esisteva un mercato di prodotti ortofrutticoli molto
rinomato che a tutt’oggi, riveste grande importanza.
Nel verbale della seduta comunale del 30 maggio 1870, nel quale si dava piena adesione alla
costruzione della “ferrovia Torino-Gassino-Casale” (che tanto avrebbe contribuito all’economia
agricola del paese, visto che sul cosiddetto “tram” venivano trasportate non solo le persone, ma
anche le merci agricole verso il mercato di Porta Palazzo, in Torino), si apprende che “annualmente
vengono esportati 3.000 miriagrammi di uva e 20.000 miriagrammi di frutta”. Da questi dati si rileva
che sta crescendo il peso dell’ortofrutta rispetto ai vitigni.
Nel 1953, viene istituito, nella piazzetta di “San Bernardo”, il “Mercato delle fragole e delle ciliegie”,
ora non più esistente, dove, in realtà, venivano commercializzati tutti i prodotti ortofrutticoli del
paese.
Nel 1962, furono commercializzati nel mercato di San Raffaele 18.939 kg di fragole al prezzo medio
di lire 300 al kg e 33.693 di ciliegie al prezzo medio di lire 130 al kg.
Negli anni 60, un nutrito gruppo di giovani agricoltori, particolarmente intraprendenti e capaci,
coadiuvati da un giovane e valente tecnico, Giuseppe Fassino, diede vita a uno dei primi “Club 3 P”
(Provare, Produrre, Progredire) del Piemonte, istituendo dei corsi di formazione professionale, prove
in campo e viaggi di studio in tutta Italia con visite ad aziende all’avanguardia nel settore
ortofrutticolo e ad altri istituti di ricerca ed instaurando con essi ottimi rapporti di collaborazione.
Tutto ciò permise l’introduzione di nuove tecniche di coltivazione, allora sconosciute in Piemonte,
come l’introduzione di piante selezionate.
Di pari passo, si introdusse la coltura paccianata e fertirrigata.
Contemporaneamente, i giovani orticoltori dell’epoca si associarono per contenere i costi
nell’acquisto delle prime macchine trapiantatrici. Ancora oggi, sono disponibili per i soci una
trapiantatrice di ortaggi e una di patate.
Grazie a questi pionieri, l’agricoltura locale fece un decisivo salto di qualità e le nuove metodiche di
coltivazione fecero si che i prodotti locali divennero le primizie dei mercati generali di Torino e del
mercato di Chivasso.
Negli anni ’70, in occasione della Festa Patronale, si istituì una Mostra Mercato dei prodotti
ortofrutticoli locali.
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